Cosa spinge un essere umano ad uccidere? Tentiamo di approfondire il delicato tema
- Ottobre 9, 2025
- dalla Redazione
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Quarta pagina
“Lo/a uccido…” : cosa spinge un essere umano a compiere questa violenta ed estrema azione?
È una domanda molto profonda e complessa — “cosa spinge un essere umano a uccidere” — e le risposte, dal punto di vista psicologico e psicoterapeutico, non sono mai semplici né univoche.
Le motivazioni psicologiche profonde
Un atto estremo come l’omicidio può derivare da una combinazione di fattori:
• Impulsività e perdita di controllo: in alcune persone la soglia di tolleranza alla frustrazione o alla rabbia è molto bassa. In situazioni di stress intenso, l’emotività prende il sopravvento e la persona perde la capacità di pensare in modo razionale.
• Rabbia e vendetta: spesso l’omicidio nasce da un sentimento di ingiustizia o tradimento vissuto come intollerabile. Uccidere diventa, nella mente distorta dell’autore, un modo per “riparare” o “punire”.
• Paura o difesa: in certi casi, l’atto omicida è percepito (anche erroneamente) come l’unico modo per salvarsi o proteggere sé stessi o altri.

• Disturbi psichici: alcune patologie (come psicosi, disturbi di personalità gravi, paranoia) possono alterare la percezione della realtà o dell’altro, portando la persona a credere che l’omicidio sia giustificato o necessario.

La dimensione relazionale
Dal punto di vista psicoterapeutico, l’omicidio non è mai solo un gesto “individuale”: è sempre un atto relazionale estremo.
Spesso nasce da dinamiche di fusione e dipendenza affettiva, dove l’altro è percepito non come persona separata, ma come parte di sé.
Quando questa fusione si rompe (ad esempio per un rifiuto o un abbandono), la persona non riesce a tollerare la perdita e preferisce “distruggere” piuttosto che accettare la separazione.
L’identità e il senso di sé
In molte storie di violenza estrema si osserva un vuoto interiore profondo: un sé fragile, privo di confini, che trova un’identità solo attraverso il potere sull’altro.
Uccidere diventa allora — nella mente distorta dell’autore — un modo di riaffermare la propria esistenza, di dire: “Io ci sono, io decido”, in un mondo percepito come caotico o minaccioso.

Il contesto sociale e culturale
Una psicoterapeuta considererebbe anche i fattori culturali e ambientali:
• L’esposizione costante alla violenza (mediatica o familiare);
• L’educazione emotiva carente;
• I modelli sociali che legittimano la forza, il dominio o la vendetta;
• L’isolamento e la mancanza di legami significativi.

Uno sguardo terapeutico
Dal punto di vista della psicoterapia, non si tratta mai solo di “spiegare” il gesto, ma di riconoscere la sofferenza, la disconnessione emotiva e la perdita di umanità che l’hanno preceduto.
Il lavoro terapeutico con persone che hanno commesso atti estremi cerca di:
• Ricostruire la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni;
• Riconoscere l’altro come essere umano, non come oggetto o nemico;
• Dare un senso alla colpa e alla responsabilità, non per giustificare, ma per comprendere e prevenire.
Dottoressa Ester Di Rosa
La psicoterapia aiuta a riconoscere e affrontare le emozioni intense
Attraverso la psicoterapia,
Molte persone imparano a vivere con il dolore senza che questo domini la loro vita, sviluppando nuove modalità per far fronte alla sofferenza.
Riorientamento della vita
Sebbene la perdita di un figlio cambi profondamente una persona, la psicoterapia può aiutare a trovare nuovi modi di vivere e di relazionarsi con il mondo, pur mantenendo vivo il ricordo e l’amore per il proprio bambino.
Ogni percorso di lutto è unico, e il supporto psicoterapico può essere personalizzato per adattarsi alle esigenze e alle esperienze individuali di chi affronta questa sofferenza. Se qualcuno che sta vivendo un dolore simile si sente sopraffatto, cercare un terapeuta qualificato può davvero fare la differenza per poter affrontare il processo in modo sano.
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