Risse e violenze: cosa sta succedendo ai nostri giovani? Analisi e benefici di un corretto percorso psicoterapeutico
- Settembre 1, 2026
- dalla Redazione
08 Minute
Quarta pagina
Di fronte alle risse, agli accoltellamenti e alle aggressioni tra adolescenti, la prima reazione degli adulti è spesso quella di chiedersi: “Cosa hanno questi ragazzi?” Forse, però, la domanda dovrebbe essere un’altra: “Cosa sta succedendo dentro e intorno a loro?”
Le immagini di giovani che si picchiano, che si affrontano in gruppo, che filmano un’aggressione con il cellulare o che arrivano a utilizzare un coltello ci scuotono profondamente. Ci indignano, ci spaventano e, comprensibilmente, ci fanno cercare una spiegazione semplice.
Ma la violenza giovanile non ha una sola causa.
I dati più recenti restituiscono un fenomeno che merita attenzione: secondo l’indagine ESPAD Italia del CNR, nel 2025 il 43,4% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha riferito di aver agito o subito almeno uno dei comportamenti violenti considerati dall’indagine; la partecipazione a risse è stata riferita dal 38,3%. (Consiglio Nazionale delle Ricerche)
Numeri come questi non ci autorizzano a dire che “i giovani sono diventati violenti”. Ci obbligano piuttosto a chiederci perché alcuni ragazzi arrivino a vivere il conflitto attraverso il corpo, la forza e l’aggressività.
La rabbia che non trova parole

L’adolescenza è un periodo di trasformazioni profonde. Il ragazzo non è più bambino, ma non è ancora adulto. Cambiano il corpo, l’identità, il rapporto con i genitori e il bisogno di appartenenza.
È anche il momento in cui il gruppo dei pari assume un’importanza enorme.
Una provocazione, uno sguardo, una parola detta davanti agli altri possono diventare qualcosa di molto più grande di ciò che realmente sono. Possono essere vissuti come un’umiliazione, una perdita di status, una minaccia alla propria identità.
In una situazione di forte attivazione emotiva, la capacità di fermarsi e riflettere può essere fragile. La ricerca psicologica e neuroscientifica mostra infatti che i sistemi cerebrali coinvolti nel controllo degli impulsi e nella valutazione delle conseguenze continuano a maturare durante l’adolescenza.
Questo non significa assolvere un comportamento violento.
Capire non significa giustificare.
Significa provare a comprendere ciò che accade prima che un pugno venga sferrato, prima che un coltello venga estratto, prima che una lite diventi una tragedia.
Il gruppo può diventare un amplificatore

Un adolescente può fare davanti agli amici ciò che, da solo, probabilmente non farebbe.
La necessità di essere riconosciuto, rispettato, accettato può diventare potentissima. In alcune situazioni, tirarsi indietro può essere percepito come un segno di debolezza.
Anche gli psicologi che stanno analizzando il fenomeno sottolineano il ruolo della pressione del gruppo, della ricerca di status e dell’attivazione emotiva. (Corriere del Veneto)
E oggi il gruppo non finisce quando termina la rissa.
C’è il telefono.
C’è il video.
Ci sono le visualizzazioni, i commenti, la possibilità che una scena venga condivisa e raggiunga centinaia o migliaia di persone.
Il bisogno di “dimostrare qualcosa” può quindi avere una platea molto più grande di quella presente fisicamente.
Ma non possiamo dare la colpa soltanto ai social
Dire che “è colpa dei social” sarebbe troppo semplice.
I social possono amplificare, rendere visibile, accelerare determinati comportamenti. Ma non creano da soli la rabbia, la solitudine, il bisogno di appartenenza o l’incapacità di gestire la frustrazione.

Dietro un comportamento aggressivo possono esserci storie molto diverse: fragilità personali, difficoltà familiari, esperienze di violenza, esclusione sociale, bullismo, fallimenti scolastici, appartenenza a gruppi problematici, uso di sostanze, ma anche semplicemente una scarsa educazione alla gestione delle emozioni e dei conflitti.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità individua infatti numerosi fattori individuali, familiari, relazionali e sociali associati alla violenza giovanile. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Non esiste, quindi, “il ragazzo violento” come categoria unica.
Esistono ragazzi diversi, con storie diverse, che in determinate condizioni possono arrivare a comportarsi in modo violento.
Il vuoto educativo riguarda anche noi adulti
Forse questa è la domanda più scomoda.
Abbiamo insegnato ai nostri figli a prendere buoni voti, a essere competitivi, a raggiungere obiettivi.

Ma abbiamo insegnato loro abbastanza bene a perdere?
A sentirsi rifiutati senza reagire?
A tollerare una frustrazione?
A chiedere aiuto?
A dire “sono arrabbiato” invece di colpire?
A chiedere scusa?
A fermarsi quando il gruppo continua ad avanzare?
L’educazione emotiva non è un elemento accessorio della crescita. Saper riconoscere le proprie emozioni, comprendere quelle degli altri, tollerare la frustrazione e affrontare un conflitto senza trasformarlo in uno scontro fisico sono competenze che devono essere apprese.
Anche l’OMS indica tra gli interventi di prevenzione più promettenti i programmi scolastici che sviluppano competenze sociali, gestione della rabbia e capacità di risolvere i conflitti. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Non dobbiamo avere paura dei nostri ragazzi
Dobbiamo preoccuparci quando un ragazzo pensa che per essere rispettato debba fare paura.
Dobbiamo preoccuparci quando la vulnerabilità viene vissuta come una vergogna.
Dobbiamo preoccuparci quando chiedere aiuto viene considerato un segno di debolezza.

E dobbiamo preoccuparci quando un adolescente non trova adulti capaci di ascoltarlo prima che la sua sofferenza diventi comportamento.
L’indagine Istat sui giovani mostra, d’altra parte, una realtà molto più complessa di quella raccontata dalle sole cronache: accanto alle esperienze di bullismo e di comportamenti offensivi o violenti, la grande maggioranza dei ragazzi mantiene relazioni con i coetanei e costruisce aspettative e progetti sul proprio futuro. (Istat)
Questo è importante ricordarlo.

Non abbiamo davanti una generazione perduta.
Abbiamo una generazione che ha bisogno di adulti presenti, autorevoli e capaci di porre limiti, ma anche di ascoltare.
La prevenzione comincia molto prima della rissa
La prevenzione non può iniziare soltanto quando accade qualcosa di grave.
Comincia a casa, quando insegniamo che la rabbia è legittima ma la violenza no.
Comincia a scuola, quando aiutiamo un ragazzo a riconoscere ciò che prova e a gestire il conflitto.
Comincia nei luoghi di aggregazione, dove un adolescente può sperimentare appartenenza, responsabilità e riconoscimento senza dover conquistare il proprio posto attraverso la forza.
E comincia anche con noi adulti, quando smettiamo di limitarci a domandare “come possiamo punirli?” e aggiungiamo una seconda domanda:
“Che cosa possiamo fare perché non arrivino fin qui?”
Un ragazzo che aggredisce non è soltanto un ragazzo da fermare.
È anche un ragazzo che dobbiamo cercare di comprendere.
Fermarlo è necessario.
Aiutarlo a non avere più bisogno della violenza, però, è prevenzione.
Ed è una responsabilità che appartiene a tutti noi.
Dottoressa Ester Di Rosa
La psicoterapia aiuta a riconoscere e affrontare le emozioni intense
Attraverso la psicoterapia,
Molte persone imparano a vivere con il dolore senza che questo domini la loro vita, sviluppando nuove modalità per far fronte alla sofferenza.
Riorientamento della vita
Sebbene la perdita di un figlio cambi profondamente una persona, la psicoterapia può aiutare a trovare nuovi modi di vivere e di relazionarsi con il mondo, pur mantenendo vivo il ricordo e l’amore per il proprio bambino.
Ogni percorso di lutto è unico, e il supporto psicoterapico può essere personalizzato per adattarsi alle esigenze e alle esperienze individuali di chi affronta questa sofferenza. Se qualcuno che sta vivendo un dolore simile si sente sopraffatto, cercare un terapeuta qualificato può davvero fare la differenza per poter affrontare il processo in modo sano.
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