Tra le professioni new generation è in forte crescita la figura dell'Ingegnere Gestionale. Molto spesso siamo colpiti dalle definizioni che possono ingannare i non addetti ai lavori, rivelandosi di conseguenza poco fedeli nella presentazione del ruolo. Tenteremo quindi di rispondere con chiarezza e sinteticità al quesito più ricorrente: cosa fa prevalentemente  un Ingegnere Gestionale? Analizza l'organizzazione e le strutture aziendali, esamina i sistemi di controllo di gestione, verifica i protocolli e le procedure di controllo qualità, individua i processi che possono essere ottimizzati, progetta nuovi flussi operativi e modelli decisionali, implementa i progetti di innovazione e ristrutturazione aziendale, monitora le attività e i risultati dell'azienda in un'ottica di miglioramento continuo. Studia i rapporti e le interazioni che intercorrono tra le diverse risorse dell'azienda (persone, strumenti, tecnologie, etc.), analizza la struttura organizzativa e la catena decisionale, la gestione delle risorse umane, la divisione di mansioni e carichi di lavoro, la standardizzazione di processi, flussi fisici e informativi, i sistemi di comunicazione interna e reporting, i sistemi di misurazione e incentivazione delle performance, l'adozione di tecnologie innovative.

L'Ingegnere Gestionale esamina tutti questi elementi per verificare che siano orientati verso gli obiettivi di business prestabiliti e coordinati secondo una strategia comune. Ogni elemento viene quindi valutato e se necessario riprogettato (si parla anche di reingegnerizzazione), in un'ottica di miglioramento continuo. Si occupa di budgeting, della definizione e assegnazione degli obiettivi operativi, dell'ottimizzazione dei costi di produzione, del monitoraggio costante degli indicatori di efficienza e redditività e prepara report periodici da presentare al management aziendale. Inoltre nel campo d'analisi di un Ingegnere Gestionale rientra la gestione dei rischi d'impresa (risk assessment e risk management) o la gestione dei processi di trasformazione tecnologica e ristrutturazione aziendale (change management). Una figura professionale determinante quindi, tanto nel pubblico quanto nel privato, un "jolly" che può fare veramente la differenza in positivo nella crescita del contesto lavorativo in cui opera.

 

Alfonso Maria Liguori 

 

Essere donna aiuta ad inserirsi in un contesto produttivo? Un tema delicato che ancora divide l'opinione pubblica. L’importanza del ruolo della donna nel mondo del lavoro sembra un fatto ormai pacificamente riconosciuto. Numerosi sono invero gli studi che dimostrano come il ruolo femminile, sia in ambito lavorativo, sia in ambito economico, finanziario e sociale, abbia un impatto significativo sullo sviluppo e sulla crescita di un Paese. In Italia l’impianto normativo esistente sembra garantire una sostanziale parità giuridica per quanto riguarda le regole di accesso al lavoro unitamente alle regole di svolgimento dello stesso e le novelle si muovono da tempo in un’ottica di progressiva eliminazione delle discriminazioni fondate sul genere e di adozione di sempre maggiori tutele. A partire dalla uguaglianza retributiva stabilita dai CCNL di settore (oltre che universalmente tutelata dagli artt. 2099 c.c. e 36 Cost.) e di trattamento normativo, le norme di diritto positivo vigenti in Italia appaiono quindi orientate verso l’obiettivo dell’abbattimento delle diseguaglianze. Le norme, da sole, non sono tuttavia sufficienti a garantire una concreta ed effettiva situazione di pari opportunità e di pari trattamento. Da lungo tempo si combatte infatti contro le disparità tuttora riscontrabili nella pratica e contro il fenomeno della scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Disparità sovente riscontrabili in quei contesti ove, a parità di tutele normative, permangono notevoli differenze tra uomini e donne a livello di prospettive di carriera, di qualificazione professionale, di formazione imprenditoriale, di parità di retribuzione.

Tali disparità consentono, purtroppo, di affermare che il cammino sinora percorso è stato contrassegnato da numerosi successi, ma che la strada da percorrere è ancora lunga. Occorre quindi adottare ulteriori, nuovi e diversi strumenti per superare, nei fatti, effettive disuguaglianze. Tra le questioni su cui intervenire, si evidenziano, inoltre, la compartimentazione per genere del mercato occupazionale e la pari opportunità di accesso ai ruoli rappresentativi e apicali in favore delle donne. Sembra potersi affermare che, all’origine di tale compartimentazione, vi siano anzitutto stereotipi culturali, purtroppo ben radicati, che incidono tuttora sull’atteggiamento adottato nei confronti del lavoro femminile. Stereotipi che riducono, senza dubbio, le potenzialità del sistema economico con conseguente sottoutilizzo del lavoro femminile in termini, sia quantitativi, sia qualitativi. C'è poi chi interpreta la questione in modo diametralmente opposto: la donna "civettuola" riesce a "sopravvivere" in contesti lavorativi dove l'uomo viene al contrario sistematicamente penalizzato. La solita vecchia filosofia del : "tirano più due occhi belli ( non solo quelli!) che cento pariglie di buoi". Con grande onestà intellettuale pensiamo che il discorso sia estremamente soggettivo: ogni essere umano è caratterizzato da un modus operandi più o meno corretto ed è quello a fare la differenza sul campo. Quindi come assistiamo ancora ad episodi sessisti nel mondo del lavoro così non  è difficile imbattersi in rappresentanti del gentil sesso che sul fascino hanno costruito carriere brillanti a discapito di colleghi uomini più capaci e preparati.

 

Alfonso Maria Liguori

 

Esistono realtà commerciali che onorano la città con il proprio modus operandi: è questo il caso della Caffetteria Bar "Dogana", sita all'interno del Porto di Napoli - Calata Granili C/O Dogana. Di Carmine e Giovanna Spina la Caffetteria Bar "Dogana" rappresenta il fiore all'occhiello delle attività nel settore non solo all'interno dell'area portuale. Professionalità, cortesia, qualità dei prodotti sono di casa in una struttura produttiva animata da uno staff altamente motivato. Il servizio offerto alla clientela è impeccabile, completo sotto il profilo funzionale: presso la Caffetteria Bar "Dogana" è infatti possibile consumare un'ottima colazione, bere un eccellente caffè e pranzare soddisfacendo i gusti dei più esigenti palati.

Servizio al tavolo, asporto, consegna al cliente: l'organizzazione del Bar Caffetteria "Dogana" rispecchia fedelmente i canoni della logica manageriale che senza tradire le fondamenta della qualità lascia ampio margine di spazio alla forma. Chi varca la soglia della Caffetteria Bar "Dogana" entra  subito in un'atmosfera familiare, solare, ideale per temprare lo spirito nella pausa pranzo o all'arrivo sui rispettivi posti di lavoro. Ormai da troppo tempo siamo assuefatti ad una narrazione di quanto avviene a Napoli negativa, ostaggi di una prevenzione figlia di storiche problematiche sociali le cui origini si perdono nella mai risolta "questione meridionale". Sarebbe veramente giunto il momento di invertire la rotta, evidenziando positività di un territorio dai natali celeberrimi sotto il profilo sia storico che culturale.

Napoli, capitale del Mediterraneo, urbs per decenni mortificata dall'atteggiamento criminale di gente senza scrupoli capace solo di distruggere secoli di gloria in nome dell'unica divinità che venera, il denaro. Ed ecco che Napoli diventa sinonimo di imbroglio, illegalità, madre di quell'odioso fenomeno sociale chiamato camorra. Nulla di più falso e forviante: lungi dal negare le criticità, tante purtroppo, che penalizzano la qualità d'esistenza dei partenopei riteniamo doveroso sottolineare l'abnegazione, il coraggio, la voglia di rimanere ed investire negli amati luoghi natii di chi è fiero di essere figlio di questa terra. E' questo il caso della Caffetteria Bar "Dogana": napoletani che amano Napoli e danno il massimo per ottimizzare il servizio offerto a chi continuamente gli concede fiducia. Finché non impareremo ad gli spazi che ci hanno visto crescere, rispettare il lavoro altrui, vedere il bicchiere mezzo pieno e non perennemente vuoto offriremo solo il fianco a quanti tentano continuamente di ridimensionare questa monade, che guarda da un lato al golfo e dell'altro al Vesuvio, nel miserabile tentativo di annientarne la credibilità. Se consiglieremmo la Caffetteria Bar "Dogana"? Senza ombra di dubbio, certi di indirizzare le persone verso una fucina di positività e qualità. 

 

Alfonso Maria Liguori

 

Per prenotazioni e/o ordinazioni è possibile rivolgersi ai seguenti recapiti: 081/0637806; 328/1384964 

 

Antonio Bardellino: super boss tra i primi affiliati alla mafia e fondatore del clan dei Casalesi. Il vero “Scarface ” della camorra. Originario di San Cipriano d’Aversa, Bardellino è stato considerato dagli stessi inquirenti criminale dalla lealtà alla camorra fuori dal comune. Sicario spietato ma anche un manager brillante compì il battesimo del fuoco nel 1977 uccidendo Dante Pagano, un guappo che lo aveva minacciato con la pistola. Il primo omicidio per Antonio Bardellino che in pochi anni divenne la politica, la camorra e l’impresa della sua zona. Compagno in affari di Tommaso Buscetta, il “boss dei 2 mondi”, Bardellino ricoprì un ruolo apicale anche in Cosa Nostra: forte di un esercito di affiliati composto da killer professionisti il boss aveva dalla sua la capacità di programmare investimenti su larga scala e la capacità finanziaria di realizzarli autonomamente. Il ras di San Cipriano d’Aversa (Bardellino è uno dei pochi capi camorra a non avere avuto mai soprannome) fu uno dei capi della Nuova Famiglia, l’organizzazione criminale nata per contrastare la NCO di Raffaele Cutolo. Bardellino, a differenza di altri boss della camorra, comprese presto la necessità di sostituire al costume violento del sistema strategie operative con il mondo dell’impresa e della politica: “La scarpa giusta per ogni piede”, una filosofia con la quale il boss corrompeva chiunque potesse essere utile agli investimenti nella pseudo legalità del clan ricorrendo alle armi solo nei casi estremi. Particolare questo che fa dell’ultimo vero padrino di camorra un personaggio criminale all’avanguardia per i suoi tempi. Intorno a Bardellino si consolidò un’organizzazione malavitosa composta dalle famiglie Schiavone, Bidognetti, Zagaria e Iovine. Un super clan talmente potente da estendere i propri interessi criminali dal basso Lazio passando per l’agro aversano sino al napoletano. Molti proventi delle attività illecite furono ripuliti con gli appalti per la ricostruzione delle città distrutte dal terremoto dell’Irpinia: memorabile l’attività di import export di farina di pesce che in realtà celava un colossale traffico di cocaina dal Sud America all’Italia gestito da Alfredo Beneduce, braccio destro di Bardellino. La fine del padrino di San Cipriano d’Aversa sarebbe avvenuta in Brasile nel 1988: Bardellino sarebbe stato ammazzato in una villa di sua proprietà situata nella periferia di Rio de Janeiro. Usiamo il condizionale perché il corpo non fu mai trovato né fu possibile attingere tale informazione dal suo assassino, Mario Iovine, a sua volta ucciso in Portogallo nel 1991. La fine di Bardellino sarebbe stata decretata proprio dalle famiglie che componevano nell’insieme il super clan dei Casalesi e che si sarebbero poi rivelate ancora più spietate dello stesso boss. Criminali dal grilletto facile temuti a livello internazionale per l’efferata ferocia del modus operandi. Ancora oggi nel casertano, ad Aversa, Casal di Principe, Cesa, San Cipriano d’Aversa il nome di Antonio Bardellino per una parte delle nuove leve del posto il ras della camorra rappresenta ancora un modello di successo, un uomo sempre rispettato e temuto da tutti che avrebbe decretato con il proprio carisma la leadership criminale dei cosiddetti “Casalesi” sugli altri clan campani (e non solo). Per altri ancora non sarebbe stato ammazzato ma avrebbe finito i suoi giorni nascosto in qualche località a 5 stelle del Sud America. Uno stratagemma questo per vivere senza timore di agguati o continue ingerenze della polizia: un piano diabolico ben congegnato dall’uomo che nel sistema è ancora indicato come lo “Scarface” italiano.

 

Alfonso Maria Liguori

 

Umberto Mario Imparato: da studente lavoratore, attivista di Autonomia Operaia, a boss della camorra. Negli anni ’60 Imparato lasciò la sua Castellammare di Stabia per trasferirsi a Milano dove si mantenne agli studi lavorando. In piena contestazione studentesca Imparato frequentò assiduamente Autonomia Operaia condividendone le finalità sociali. Dopo essersi congiunto in matrimonio con una ragazza di Piacenza (poi insegnante liceale) Umberto Mario Imparato ritornò a Castellammare occupandosi sempre di politica e lavorando come operaio. Imparato decise di aprire un ristorante nella penisola sorrentina e il locale sembrava rispondere alla grande commercialmente. Una sera però gli fecero visita sei affiliati del clan D’Alessandro (egemone sul territorio) che dopo aver cenato non solo si rifiutarono di pagare il conto ma intimarono a Imparato di pagare una tassa per la protezione. L’uomo reagì in modo feroce mettendo in fuga i responsabili della tentata estorsione. Qui iniziò la carriera criminale di Imparato. Dopo poco tempo Michele D’Alessandro convocò Imparato proponendogli di affiliarsi al suo clan con ruolo apicale. Umberto Mario Imparato divenne rapidamente lo stratega e il cassiere dei D’Alessandro sostituendosi persino al ras Michele finito nel frattempo in carcere. Una volta lasciate le patrie galere D’Alessandro accusò Imparato di aver sottratto ingenti somme alle casse del clan costringendo l’ex fedelissimo a nascondersi sui monti Lattari per sfuggire alla sentenza di morte emessa nei suoi confronti. Dalle montagne Imparato, grazie ad alleanze con le famiglie malavitose del posto (dal modus operandi oltremodo violento), creò un gruppo criminale autonomo forte del carisma da sempre esercitato sui giovani che vedevano nel ras Michele D’Alessandro un personaggio estremamente rozzo e violento. Iniziò così una guerra tra i due capi camorra che contò oltre settanta morti tra i rispettivi schieramenti. Particolare il modus operante dei gruppi di fuoco di Imparato che lasciavano le montagne solo per uccidere per poi sparire rapidamente nel nulla. La primula rossa Imparato capì ben presto che per vincere definitivamente avrebbe dovuto colpire direttamente Michele D’Alessandro: fu così che il “boss della montagna” mise in essere un agguato ben organizzato nei minimi particolari (si parlò addirittura di consiglieri militari per la realizzazione dello stesso) al boss rivale mentre si recava in commissariato per apporre la firma sul registro dei sorvegliati speciali. Era il 21 aprile del 1998 quando nei pressi dell’Hotel dei Congressi un commando aprì il fuoco contro D’Alessandro e la sua scorta. Restarono sull’asfalto in un mare di sangue quattro affiliati e il fratello di Michele D’Alessandro, Domenico. Il vero obiettivo del raid riportò solo alcune ferite (uno strano particolare che portò poi gli inquirenti a ritenere che D’Alessandro fosse stato volutamente risparmiato dai killer). L’ira incontenibile di D’Alessandro, scampato miracolosamente all’agguato, per la perdita del fratello e dei fedelissimi non tardò ad arrivare: morti ammazzati ovunque a Castellammare e sui Lattari in una faida senza esclusione di colpi. Una guerra che durò fino alla primavera del 1993: in quel periodo le forze dell’ordine riuscirono a stanare sui Lattari Umberto Mario Imparato (si parlò di tradimenti all’interno dello stesso clan e da parte dei gruppi malavitosi dei Lattari alleati) e il boss restò ucciso in seguito al conflitto a fuoco ingaggiato con gli agenti insieme ad un suo guardaspalle. Un leader carismatico, ben agganciato con politici, amministratori e insospettabili professionisti campani, che da semplice imprenditore nel settore ristorativo osò ribellarsi (inizialmente con successo) allo strapotere dei D’Alessandro .

Alfonso Maria Liguori

 

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